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Stagione
Teatro del Sottosuolo
18 Ottobre 2007
– Ore 21
“Il Sergente”
di Marco Paolini
Si apre il 18 ottobre la 10° edizione della rassegna “Carbonia a teatro”, organizzata dall’associazione “Teatro del sottosuolo”. Quest’anno ad aprire la stagione sarà un autore conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, Marco Paolini, che porterà in scena lo spettacolo “Il Sergente”.
Questo spettacolo prende vita e ispirazione dal libro scritto nel 1953 da Mario Rigoni Stern dal titolo Il sergente nella neve (1953), il racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Ambientato nell’inverno 1942-43, affronta uno degli episodi più drammatici nella storia del nostro esercito: la ritirata dei soldati attraverso la taiga russa. Ormai allo sbando e circondati dall’Armata Rossa, i personaggi del racconto, reali e non di fantasia, cercano di sopravvivere durante la ritirata, passando da un villaggio all’altro con alterne fortune. Li guida un giovane sergente, che diventerà poi lo scrittore del romanzo. E proprio grazie alla sensibilità dell’autore, facciamo la conoscenza di esseri umani profondamente sconvolti dal conflitto, ma che mantengono fino in fondo la propria dignità: così il tenente Cenci, molto amico di Rigoni e generoso in battaglia; il caporalmaggiore Moreschi, sempre di buonumore nonostante tutto; Tourn, alpino piemontese che nasconde con allegria la paura; Lombardi, cupo e taciturno; il caporale Pintossi, calmo e flemmatico… piccoli grandi uomini che affrontano un’avventura spesso senza via d’uscita. Secondo quanto sostenuto dallo stesso Paolini: “Il Sergente non è un lavoro di denuncia ma non è nemmeno un medicamento per l’anima perché credo che il teatro non possa essere ne terapia ne antidoto. Penso alla possibilità di attingere all’esperienza, e che questo serva alla memoria, serva a prepararsi meglio ad affrontare le cose. Un teatro forse come addestramento, come istruzione".
25 Ottobre – Ore
21
“Spade e cipolle”
“Spade e cipolle” di e
con Angela Iurilli, è la storia di un rapporto tra serva e
padrona. Un rapporto antico, che ha l’aspetto di una simbiosi, di un’unione
indissolubile tra due metà che non possono essere separate. Due anime in un
corpo. Due personaggi in una sola interprete. Sofronia, feroce padrona che si
nutre di potere, è l’odio. Nina, la serva che non piange mai, Nina la nera,
l’amore. Ognuna evocherà vicende umane e fatti del passato e del presente, in
uno spettacolo in cui la storia diventa una traccia, un pretesto per
attraversare temi attualissimi come la guerra, il potere, la vanità, la
solitudine e il rapporto con la morte che attanaglia e spinge ad allontanare
qualsiasi fragilità umana.
08 Novembre –
Ore 21
“Storie di scorie”
“Storie di Scorie” vuole ricostruire
prevalentemente l’avvento dell’industria nucleare italiana, il pericolo che
ancora oggi rappresenta e le modalità tecniche del funzionamento di una
centrale atomica. Lo spettacolo, scritto diretto e interpretato da Ulderico
Pesce, racconta la vita Nicola, figlio di un contadino del Metapontino (MT) che
ha lavorato come addetto alle pulizie nel deposito nucleare della Trisaia di
Rotondella (MT) dove negli anni ’60 arrivarono 84 barre di uranio radioattivo
provenienti dagli USA delle quali, 64 sono ancora conservate nel deposito
lucano, altre riprocessate, altre ancora sono conservate nel deposito nucleare
della Casaccia, a 25 chilometri a nord-est di Roma. Nicola, avendo scoperto
illeciti da parte dell’Enea è stato licenziato.
Successivamente è partito volontario per la Bosnia dove ha respirato polvere di
proiettile all’uranio e si è ammalato. Tornato in Italia ha fatto domanda alle
Poste Italiane ed è stato assunto come postino a Saluggia (VC). La piccola casa
che ha preso in affitto è sulla Dora Baltea, la finestra si affaccia proprio
sul deposito nucleare del luogo. A novembre del 2003 decide di tornare in
Lucania per partecipare alla protesta contro il decreto 314 emanato dal
Governo, secondo il quale a Scanzano Jonico, paese dove è nato e dove suo padre
ha un’azienda agricola, dovrà nascere il deposito unico di scorie nucleari
italiane. Nicola sarà tra gli organizzatori della protesta contro il decreto e
comincerà ad informare la popolazione sul pericolo del deposito nucleare della
Trisaia di Rotondella dove ha lavorato anni prima e nel contempo denuncerà la
situazione di alto rischio in cui vivono oggi i depositi nucleari di Latina,
della Casaccia di Roma, di Caorso ecc.
22 Novembre –
ore 21
“Ossigeno”
Si chiama “Ossigeno” l’ultima produzione del Teatrino Clandestino, in scena il 22 novembre, presso il teatro Centrale.
Lo spettacolo del regista
russo Ivan Vyrypaev trae origine da un testo dalla particolare struttura
musicale, una sorta di contrasto cantato fra un Lui e una Lei dalle forti tinte
politiche. Dieci composizioni-canzoni che parlano con sottile humour dei Dieci
comandamenti biblici alla luce degli avvenimenti della storia più recente, come
il conflitto israeliano-palestinese e gli attentati dell’11 settembre. Un
giovane della profonda provincia russa s’innamora di una ragazza moscovita
d’ambiente ricco e spinto dalla sua passione uccide la propria moglie, mentre
la ragazza abbandona la sua realtà artificiale e snob. I due protagonisti
s’incontrano sul terreno di differenze inconciliabili che, espresse con un
flusso di parole fortemente ritmico, rendono testimonianza della “nuova
confusione mondiale”. Vyrypaev Attore e drammaturgo, nasce a
Irkutsk in Siberia nel 1974. Studia alla Scuola di Teatro della sua città e
dopo alcuni anni passati a recitare in compagnie siberiane, fonda la compagnia
indipendente Spazio di gioco. Nel 2000 presenta a Mosca, al primo Festival del
teatro documentario, il suo spettacolo I sogni, che nel 2002 approderà a
Parigi e a Vienna. A Londra il testo sarà portato in scena alla Royal Court da
Declan Donellan. Nel 2001 fonda a Mosca, assieme ad altri drammaturghi,
Teatr.Doc, un centro che si dedica alla diffusione e messa in scena di testi
contemporanei. Nel 2003 scrive e porta in scena Ossigeno, che raccoglie
subito un grande successo di pubblico e di critica. Nel 2004 scrive Genesi-2
su un materiale drammatico composto da Antina Velikanova, degente in un
ospedale psichiatrico. Lo spettacolo va in scena a Teatr.doc in coproduzione
con il Theater der Welt di Stoccarda.
06
Dicembre – Ore 21
“Principesse”
Principesse, di e con Micaela Sapienza, per la regia Enrico Mesina e Filippo Ughi, è una produzione del teatro Armamaxa.
Lo spettacolo racconta la storia di una donna di trentaquattro anni. In mano, in attesa dall’estetista a Lecce o dal medico a Milano, riviste patinate. Per strada, a Lecce o a Milano, cartelloni pubblicitari patinati. Dappertutto sui giornali o sui muri delle città immagini di ragazze cui somigliare: principesse forse? Donne. Come lei? No, come Ginevra. Alte, dritte e ben fatte, occhi verdi e brillanti come quelli di un falco di montagna, sopracciglia brune e ben distanziate, la carne più tenera del fiore di maggio, più fresca della neve che cade. Angeli alla moda discesi da una nube. Nel nostro tempo. Modelle, si chiamano. Modelli sono, da imitare. Ad ogni costo. Per essere adeguate. Ma rincorrere quei modelli, all’apparenza facilmente accessibili, è impresa assai ardua e difficile: fatta di diete, estetiste, parrucchieri, ore e ore di tempo rubate al proprio sonno per costruirsi impalcature effimere che si liquefanno al calore del primo metrò. Un’impresa leggendaria da cavaliere piuttosto che un gioco da principessa. Perché poi? Alla ricerca della propria identità la donna si riavvicina alle figure femminili della propria famiglia, principesse di un altro mondo, di un’altra società. Adeguate, loro si, al loro tempo. La nonna Rosa che viveva in campagna, badava alle pecore, accendeva il camino, aveva un amore da sognare e la guerra da tenere lontana, e non sapeva nemmeno cos’era la moda. La zia Ines che diceva sempre “non importa se sei grassa o magra, l’importante è che ti vesti con eleganza e stile e soprattutto metti sempre i tacchi!” La Ines; che non aveva bisogno di adeguarsi alla moda imitando le modelle, perché la moda la faceva lei. La Lina, l’altra nonna: un comandante col bastone, i pantaloni e un seno di paglia; che tirava avanti tutta la casa e cucinava per un reggimento. Lei ci rideva sopra alla moda. Lo spettacolo diventa un viaggio verso le proprie radici, un riappropriarsi di una femminilità antica, un omaggio agli antenati.
13 Dicembre –
Ore 21
“De Rerum Naturae”
Andrà in scena giovedì 13 dicembre alle ore 21, presso il teatro centrale di Piazza Roma, l’ultimo appuntamento della stagione teatrale proposta dalla compagnia “Teatro del Sottosuolo”. Si tratta del “De Rerum Naturae”, di e con Elisabetta Pogliani e Paolo Zecca, realizzato dalla compagnia “la fionda del teatro”.
Lo spettacolo è un viaggio
attraverso il De Rerum Natura di Lucrezio, una rivisitazione tutta soggettiva.
Opera radicale di estrema modernità, il De Rerum Natura é un immenso poema
sulla natura delle cose. Racconta la sottomissione umiliante dell’uomo alle
illusioni, alle leggi della paura, alle credenze inutili, alle superstizioni,
mettendo a nudo il suo sacrificio ai meccanismi dell’alienazione. L’infelicità
degli uomini è determinata dalla condizione di paura e di angoscia in cui essi
vivono, circondati dalla tenebra del mistero che non riescono a rompere. Errano
dietro fantasmi ingannatori cercando a tentoni il cammino della vita. Ma la
parola viva dell’opera di Lucrezio è anche un irresistibile inno alla
resistenza a forze che schiacciano, un invito all’azzardo, all’aprirsi di una
visione, nella quale non trova posto la paura della morte, causa di tutte le
infelicità e le debolezze umane. Lo spettacolo è un rito sacrificale, come
momento di passaggio e di purificazione, che scandisce il processo
dell’attraversamento dalla morte alla rinascita.
Due personaggi in scena incarnano, al contempo, l’arcaico e il contemporaneo.
La loro voce è di tutto fatta; parole, silenzi, piccole azioni e azioni più
grandi. La parola si fa voce attenta e lucida, in bilico tra pensieri lontani o
presenti. E la sua rappresentazione si manifesta come un rituale, metafora di
un buco nel tempo, dove il mondo reale e quello simbolico entrano in contatto
per fondersi, in un processo di comunione. Un’intima confessione, la preghiera
di un’umanità condannata a morte, una supplica, che si innalza in nome di tutti
coloro che si trovano ad affrontare il grande quesito sul senso della
sofferenza e della piccolezza umana. I colori rosso e bianco sono la dominante
di questo spettacolo, in cui il rosso rappresenta il principio della vita con
le sue note di passione, violenza, amore; e il bianco, universalmente simbolo
dell’innocenza, sottolinea l’iniziazione, il passaggio dalla notte al giorno.
Si parla di un’umanità disarmata e avvilita, dell’urgente necessità di parole
di bellezza. Un canto di dolore ma anche di speranza. Alla conquista di un
nuovo rispetto per la maestà e santità della Natura e delle sue intime e
semplici leggi.
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Addì , 12/11/2007 |
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