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Presentazione del libro “Non avevo un soldo” di Giacomo Mameli
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La nuova aula consiliare ha ospitato, il 28 febbraio 2005, la presentazione del volume “Non avevo un soldo” dello scrittore e giornalista Giacomo Mameli. Ad introdurre e coordinare i lavori, il Sindaco di Carbonia, Salvatore Cherchi, che ha ringraziato l’autore per il suo impegno nel descrivere e interpretare la realtà sarda, fondamentale aiuto per poterla migliorare. “Non avevo un Soldo” è la raccolta delle inchieste condotte da Giacomo Mameli e pubblicate sul quotidiano La Nuova Sardegna. Reportage che restituiscono scorci di vita quotidiana, di piccole storie che fanno grande la storia della Sardegna, della sua volontà di riscatto e dal suo malessere sociale. Il titolo riprende una frase che spesso si sente ripetere da coloro che, nella Sardegna di oggi e di ieri, contribuiscono a risollevare le sorti economiche dei piccoli centri dell’isola, senza avere un conto in banca o “santi in paradiso”. I sardi “senza un soldo”, ma con tanta voglia di fare e capaci di farlo sono però ancora una minoranza, casi isolati e sporadici. Per far diventare fatto collettivo queste importanti eccezioni è necessario – scrive l’autore - l’intervento di una classe politica che sappia canalizzare questi fermenti e traghettare la Sardegna post-industriale, che non è più quella dei pastori e dei contadini, ma neppure quella dei poli petrolchimici, in un’altra direzione, quella della produzione di beni e servizi, non più soltanto del loro consumo. |
Sintesi degli interventi
dei relatori:
Salvatore
Cherchi – Sindaco di Carbonia
Nicola
Candeloro – Direttore generale Eurallumina
Marco
Grecu – Segretario Camera del Lavoro
Antonello
Dessì – Assessore al Bilancio del Comune di Carbonia
Francesco
Sanna – Consigliere Regionale
Giacomo
Mameli – Autore del libro
«Quando
sono giunto alla direzione Eurallumina di Portovesme, Antonio Flore,
protagonista di uno dei capitoli di questo libro, aveva già lasciato l’azienda,
ma il suo ricordo era sempre vivo e in tanti continuavano a parlare di lui.
Come operaio era famoso per la sua attività sindacale e si distingueva per un
atteggiamento che veniva definito “ribelle”. Era un leader indiscusso, capace
di raccogliere consensi e d’essere seguito dagli operai, ma da sindacalista
ribelle finisce con il mettere in discussione l’azienda prima e la stessa
struttura sindacale più tardi. Prima di lasciare l’Eurallumina crea uno spaccio
aziendale e attraverso questa esperienza acquisisce una mentalità
imprenditoriale, apprendendo i primi rudimenti per la gestione in proprio di
quella che poi diventerà la sua impresa. Antonio Flore, quando gli spazi si
fanno sempre più stretti, decide, dunque, di lasciare la fabbrica e di creare
uno spaccio esterno all’azienda.
La
vicenda di Antonio Flore testimonia dell’incapacità delle aziende, soprattutto
nel settore chimico, di gestire i suoi leader e la poca lungimiranza nel non
riuscire a valorizzare le capacità organizzative e gestionali di alcuni fra i
suoi dipendenti migliori, per utilizzarle all’interno dei quadri aziendali.
Solo valorizzando e non reprimendo le qualità dei leader naturali che nascono e
maturano in seno alla fabbrica è, infatti, possibile utilizzare le energie di
queste importanti risorse umane per aumentare la produttività e la rilevanza dell’impresa,
favorendo la crescita dell’azienda madre.»
«L’importanza
di questo libro sta nel fatto che l’autore è riuscito a non farsi trascinare
dai fatti, dando ad essi una risposta precisa e nuova.
Tema
ricorrente nel libro è certamente quello del lavoro, con tutto ciò che è
connesso a questo mondo, dai problemi legati alla sua ricerca e mantenimento,
al lavoro dell’artista inteso come solitudine e alla riflessione sull’arte che
non costa nulla allo Stato ed è una fonte inesauribile a differenza di altre
risorse limitate. L’autore pone l’accento sulla responsabilità dei politici,
richiama la loro attenzione sull’importanza di individuare i fattori di
produzione, di sostenere l’Università, la ricerca e i “cervelli” che altrimenti
fuggono senza fare più ritorno.
In
Sardegna si sente la necessità della presenza delle grandi aziende, ma anche di
valorizzare l’esistente. Il 20 % della produzione zootecnica sarda, infatti,
viene venduta all’estero a testimonianza della sua alta qualità che fornisce il
vero valore aggiunto ai prodotti isolani. Per questo è importante valorizzare
la qualità delle produzioni e le peculiari caratteristiche che
contraddistinguono la società sarda, come la volontà, la caparbietà e le buone idee.
«Prima
di diventare imprenditore ho maturato la mia esperienza nel sindacato, nella
gestione dei lavoratori “contro i padroni”, i datori di lavoro. Una volta
avviata l’attività in proprio è stato necessario organizzare i lavoratori non
più contro qualcosa, ma per qualcosa, come “produttori”.
Da
operaio dell’Eurallumina ho iniziato a gestire lo spaccio aziendale nato
all’interno dello stabilimento. In quello stesso periodo sono nati spacci
aziendali in tutti le grandi fabbriche, ma solo il nostro non ha chiuso e
continua ad operare, come cooperativa di consumo, per la sua capacità di
aprirsi verso l’esterno e di rendersi indipendente rispetto al sistema della
fabbrica.
Ho
iniziato l’avventura di imprenditore con altri 25 lavoratori che da 11/12 anni
si trovavano in cassa integrazione, naturalmente gli scontri interni erano
frequenti, ma venivano risolti all’interno dell’Assemblea e con la pratica
della persuasione. All’inizio non avevamo veramente una lira e per dar vita all’Euralcoop
abbiamo dovuto chiedere un prestito di 9 miliardi di lire, dovendo pagare
interessi passivi annui altissimi, intorno al 16-17%, cioè circa 950 milioni.
In quella situazione, con tante preoccupazioni, senza soldi, soltanto
l’adesione convinta dei lavoratori ha consentito l’avvio dell’attività e la
crescita dell’azienda. La loro volontà di costruire, lo slancio, la tenacia nel
perseguire i risultati ha reso possibile l’espansione dell’attività: ora
controlliamo 15 supermercati e tra poco inaugureremo un nuovo Centro
Commerciale a Carbonia.
In
questo modo abbiamo dato vita ad una realtà nuova di un gruppo di persone che
hanno smesso di piangersi addosso, che hanno investito e rischiato per
modificare la propria condizione, senza aspettare che siano gli “altri” a
risolvere i problemi e che per far questo hanno dovuto modificare la propria
mentalità, maturando una personale trasformazione da “salariati” a
“produttori”.»
«Il taglio
giornalistico rende estremamente piacevole la lettura di questo libro che è un
reportage di spessore. Si racconta di una Sardegna che, per usare le parole del
professor Cirese, “respinge la componente querula del meridionalismo”. Mette in
evidenza quell’idea di sardità che si esalta nelle sfide e nel tentativo di
superarle, nel disgusto per la faciloneria e nell’amore per il lavoro ben
fatto. Dalla parte della politica si deve registrare che l’aver dato un pochino
a tutti ha, forse, fatto in modo di livellare i bisogni e le occasioni, con un
uso poco efficace delle risorse disponibili, ora è giunto il momento di
riconsiderare questi bisogni e di riprogrammare gli interventi.»
«Nel mio libro ho
descritto la nascita di alcuni leader del passato più recente. Oggi è ancora
possibile prevedere l’affermazione di nuovi leader, ma perché si creino queste
condizioni è necessario che il contesto non sia quello agro-pastorale, ma
quello della fabbrica. I leader, infatti, non nascono nelle campagne in seno
alla società pastorale, è soltanto la dimensione della fabbrica ad essere
fucina di mentalità imprenditoriali. Il malessere, descritto dal mio libro, è
concentrato in alcune zone della Sardegna, dove la gente non parla, adotta la
legge delle pallottole e non della parola. È stata proprio la realtà della
fabbrica che, in alcuni paesi come Orgosolo, ha consentito un cambiamento
importante di mentalità. L’industria è, infatti, un formidabile collante,
rappresenta lo stare insieme, il sentirsi parte di una stessa comunità. La Sardegna
ha bisogno di fabbriche, per la sua cultura, e per la sua economia ha bisogno
di produrre, dato che non può vivere soltanto di attrazioni cultuali e
turistiche. Nessuno ama l’inquinamento, e bisogna fare il possibile per
allontanare il pericolo, ma non è possibile “demonizzare” l’industria, come si
sta facendo da qualche tempo, la verità è che oggi noi non “produciamo” e
importiamo l’80% delle merci.
“Quelli che fanno”
esistono, ma sono ancora un’eccezione, non la regola, e con le sole eccezioni,
purtroppo, non si può andare avanti. In Sardegna è vero si studia più di ieri,
ma gli “altri” studiano più di noi e bisogna correre ai ripari per tenere il
passo.
Le speranze per il
futuro risiedono tutte in un nuovo corso della politica regionale e in una maggiore
attenzione agli interventi a favore dell’istruzione, ma è necessario procedere
velocemente.»
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Addì , 12/04/2005 |
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